L’apertura della Corte al matrimonio gay spezza un argine culturale

“Le leggi del nostro paese si stanno rimettendo in pari con la verità fondamentale che milioni di americani hanno nei cuori”. Dall’Air Force One in rotta per il Senegal, Barack Obama ha inviato le congratulazioni per la vasta conquista civile dei gay dopo che la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale parte del Defense of Marriage Act (Doma), la legge del 1996 che sanciva il matrimonio come unione esclusiva fra uomo e donna sotto la giurisdizione federale. Da ieri le 1.100 leggi federali che si applicano alle coppie eterosessuali sposate valgono anche per le coppie gay sposate negli stati americani che lo consentono.
24 AGO 20
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New York. “Le leggi del nostro paese si stanno rimettendo in pari con la verità fondamentale che milioni di americani hanno nei cuori”. Dall’Air Force One in rotta per il Senegal, Barack Obama ha inviato le congratulazioni per la vasta conquista civile dei gay dopo che la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale parte del Defense of Marriage Act (Doma), la legge del 1996 che sanciva il matrimonio come unione esclusiva fra uomo e donna sotto la giurisdizione federale. Da ieri le 1.100 leggi federali che si applicano alle coppie eterosessuali sposate, e che regolano principalmente i benefici fiscali, la copertura assicurativa, i diritti ereditari e di successione, valgono anche per le coppie gay sposate negli stati americani che lo consentono. Edith Windsor riavrà i 363 mila dollari in sgravi fiscali sulle proprietà immobiliari che Washington non le aveva riconosciuto quando sua moglie è morta, riparando quella che per Obama e i liberal era un’intollerabile discrepanza fra il diritto e la legge. Una legge che pure era stata votata con ampia maggioranza al Congresso e sostenuta anche dall’allora senatore Joe Biden. La sentenza appoggiata dai quattro giudici progressisti e scritta dallo “swing voter” Anthony Kennedy, conservatore con una lunga storia di dissensi sui diritti dei gay, spiega che il Doma comportava una “violazione delle libertà garantite dal Quinto emendamento” e ha generato, in sostanza, uno iato incostituzionale fra due classi di cittadini: gli eterosessuali e gli omosessuali regolarmente sposati. E’ il primo passo verso la sincronizzazione delle leggi federali con il sentire dominante e con le decisioni sul matrimonio prese dalle amministrazioni locali, il livello che anche Obama – che pure ha vissuto una personale “evoluzione” sul tema – giudica adeguato per legiferare.
Le decisione sul Doma non è sorprendente. La legge firmata da Clinton è arrivata al vaglio dei nove giudici dopo che otto tribunali federali ne hanno dichiarato l’incostituzionalità e l’Amministrazione Obama ha deciso di non difenderla pubblicamente presso le corti. E anche il vociante dissenso del giudice conservatore Antonin Scalia si è concentrato sugli eccessi del potere giudiziario: “Non abbiamo il potere di decidere su questo caso. E anche se l’avessimo non abbiamo il potere di invalidare questa legge approvata democraticamente. Entrambi gli errori della Corte nascono dalla stessa radice malata: una concezione eccessiva del ruolo di questa istituzione”. Meno scontata, invece, la decisione sulla Proposition 8 della California, la legge approvata con referendum popolare che vieta i matrimoni gay nello stato, poi contestata presso diversi tribunali. Attorno al capo della Corte, John Roberts, si è aggregata una rara maggioranza trasversale fatta dai liberal Ruth Ginsburg, Elena Kagan, Stephen Breyer e da Scalia, che si è appellata a vizi di forma per evitare una decisione e rimandare tutto alla Corte federale. Significa, in sostanza, che con ogni probabilità il matrimonio gay verrà reintrodotto in California ma la sentenza non apre alla legalizzazione del matrimonio gay in altri stati né equipara le unioni civili – approvate in sette stati – al matrimonio, programma massimo dei sostenitori dell’eguaglianza. Il caso della California non stabilisce ciò che la Roe v. Wade ha fatto all’aborto. I giudici dissenzienti – Kennedy, Thomas, Alito e Sotomayor – hanno scritto che la Corte avrebbe dovuto dichiarare costituzionale il divieto sancito dalla consultazione popolare.
I vescovi cattolici americani parlano di “giorno tragico per il matrimonio e la nazione” e il cardinale di New York, Timothy Dolan, ha detto che “per troppo tempo la nostra cultura ha dato per scontato quello che la natura umana, l’esperienza, il senso comune e il disegno saggio di Dio confermano: la differenza fra uomo e donna conta”. Al di là dei dettagli legali, dei conflitti fra poteri e del futuro del matrimonio in America è il vento culturale che spira dalle sentenze a far sventolare le bandiere arcobaleno sui gradini della Corte: la campagna permanente per l’uguaglianza dei diritti ha guidato l’adeguamento della legge all’opinione montante e i sostenitori del matrimonio gay, da Obama in giù, gongolano per una vittoria che va ricercata più nelle conseguenze di lungo periodo che nelle immediate conquiste legali. Nell’entusiasmo egalitarista c’è il senso di un argine che si è spezzato, di un “momentum” culturale e politico finalmente sancito dalla legge; un titanico movimento fatto di libertà individuali e diritti à la carte che i richiami alla natura, alla tradizione e alle istituzioni non sembrano in grado di contrastare.